Day II in Venice. Esplorando la Biennale di Architettura tra i padiglioni dei giardini

Eccomi qui con il promesso post sui giardini della Biennale di Venezia, che abbiamo visitato durante il nostro secondo giorno in città. Una domenica mattina veneziana che non ci ha risparmiato ancora un po’ di affascinante nebbia.

Il nostro tour è iniziato dal padiglione spagnolo il cui ingresso era controllato dal grande occhio illuminato, una sorta di dio protettore, “preso in prestito” direttamente da Guernica di Picasso.

All’interno i lavori di sette studi con sette approcci diversi al tema innovazione e architettura tra cui il sorprendente Between Air, dello studio Jose Selgas e Lucia Can, in partnership con  il biologo Josep Selga e l’agronomo Juan Lauretano, che propone soluzioni nuove per la coltivazione delle piante, di modo che, sospese, non crescano verticalmente ma radialmente. Interessante anche Dream your city un insieme di idee e di strumenti nuovi per pensare e trasformare la vita locale urbana.

Sempre fuori dagli schemi gli Olandesi, che questa volta hanno optato per un’installazione mobile, la quale, cambiando posizione durante la giornata, si mettesse in relazione con il padiglione progettato da Rietveld 58 anni fa, esaltandone lo spazio e rendendolo la vera e propria opera. ” L’architettura ha bisogno di ali per volare ed è esattamente questo che si prefigge la nostra installazione: infondere nuova vita a vecchie fondamenta”.

Il padiglione generale ci ha travolto con la sua infilata di ambienti per tutta la mattinata. Interessante il lavoro di Peter Eisenman, The Piranesi Variation, variazioni sulla pianta di Roma disegnata nel 1762 da Giovan Battista Piranesi proposte da 3 studi di Architettura e da un gruppo di suoi studenti.  Bella l’esposizione di foto e progetti di facciate milanesi di Fulvio Irace, un’ armonia di diversità simili. Come anche i plastici in scala 1:2 di infissi di famose architetture moderne. Provocazione (per me) più intrigante è stata quella di Jasper Morrison, The good life, una riflessione su “oggetti non frutto di un progetto specifico, ma generati dalle conoscenze empiriche accumulate dalla gente comune (…) con un livello di sofisticazione che i designer stessi stentano a raggiungere”: Long bench e Broken pot sono solo alcuni di questi.

Il padiglione Finlandese progettato da Alvar Aalto e da poco restaurato mette in mostra una serie di lavori che hanno come protagonista assoluto il materiale da costruzione più usato nella nazione, il legno, con una serie di interessanti approfondimenti sul tema degli incastri.

L’Ungheria pone tutta l’attenzione sul valore plastico dei modelli e sul loro ruolo fortemente comunicativo del valore spaziale di un progetto. Una serie di plastici si stagliano su esili sostegni come una specie di silenzioso esercito bianco.

Oltre il canale, il padiglione del Brasile attende i visitatori immaginando quale possa essere il livello di stanchezza accumulato. Mentre Costa , con un’installazione realizzata per la Triennale di Milano nel 1964, ci invita ad un po’ di relax con uno spazio pieno di  amache colorate e chitarre da usare liberamente (azzeccandoci al 100%!), Kogan con il suo simpatico Peepshow ci trasforma tutti in guardoni: una serie di fori dai quali spiare la vita privata di una villa, tra padroni di casa e domestici.

L’Austria si concentra invece sul corpo umano, fruitore principale dell’architettura, attraverso proiezioni di corpi fluttuanti su pareti specchiate. Dopo un ingresso dal Alice nel paese delle meraviglie, l’installazione Hands have no tears to flow. Reports from / without Architecture “invita i visitatori a rivedere l’architettura come fenomeno sociale e culturale, così come a conoscere diversi punti di vista e sorprendenti nuove prospettive”.

Il tutto concluso da una sorprendente e premiata Russia, il cui padiglione, totalmente rivestito di pannelli QR-code che si illuminano alternativamente, racconta storie ai visitatori che possono munirsi di tablet all’ingresso. Forse più interessante l’effetto grafico e materiale, che il contenuto….Anche qui ancora un’altra stanza che suggerisce il tema del voyerismo fatta di tanti fori luminosi in cui spiare progetti.

Potevamo concludere la serata senza uno di quegli ottimi spritz veneziani con l’oliva dentro? :)

Pamplona

Probabilmente avrete sentito parlare di questa città di recente. Il 7 Luglio, in occasione della festa di San Fermin, si è svolta la famosissima corsa dei tori, Encierro. A colpi di giornali arrotolati si fanno correre i tori lungo un preciso percorso tra le strade della città vecchia mentre alcuni sprezzanti corridori scappano davanti a loro nel tentativo di non essere travolti. La folle corsa ha poi termine nella Plaza de Toros, magari con qualche toro che riesce a togliersi la soddisfazione di incornare qualcuno!
Ma non è solo la festa di San Fermin che rende famosa questa città. Pamplona è tappa del Cammino di Santiago. Il percorso è indicato da pietre miliari incastonate sul pavimento stradale ed ha inizio attraversando un’antica porta ad arco della città. Non è difficile incontrare in qualsiasi periodo dell’anno un gruppo di pellegrini sfiniti in cammino!
C’è un terzo motivo per cui Pamplona è famosa ed è lo scrittore statunitense Ernest Hemingway. Egli visitò la città per la prima volta nel 1924 durante la Festa di San Fermin, se ne innamorò  e trasse molte ispirazioni per il suo romanzo “Fiesta“. Vi tornò moltissime volte e trascorse gran parte del tempo all’interno del suo bar preferito, il Cafe Iruña, ancora oggi, esattamente come allora, incantevole ed emozionante!

Probably you know Pamplona for the really famous fest of Saint Fermin that begins every year the 7th of July and in which is celebrated the Encierro, where crazy runners go for the little streets of the old town chased by bulls. The run ends in Plaza de Toros, maybe with some bulls that have gored some runners!
Pamplona is also famous because is a stop of the pilgrimage to Santiago. The route passes through the old city and it is indicated by steel medals stuck on the road pavements. It’s not difficult to meet exhausted pilgrims in every period of the year!
The third reason that makes Pamplona so important is the american writer Ernest Hemingway. He went in the city for the first time in 1924 during the fest of Saint Fermin and felt in love for its beauty. He was inspired by Pamplona before writing his novel “Fiesta” (The Sun Also Rises). Hemingway returned many times in Pamplona and he spent a lot of time in the Cafè Iruña, his favorite bar, that now is the same as before, it’s amazing and exciting!